Se vogliamo costruire i corridoi umanitari, c`è bisogno di Kabul

di Conchita Sannino

Riconoscere il governo dei talebani a Kabul? Non potrebbe comunque stabilirlo una decisione romana, secondo David Sassoli. «Qualunque valutazione o iniziativa mi auguro sia concordata a livello europeo», premette subito il presidente del Parlamento europeo. Che, al rientro dalla Slovenia a Bruxelles, registrato con amarezza il flop del Consiglio dei ministri dell`Interno sul tema dei corridoi umanitari per i profughi, bacchetta la debolezza degli Stati membri fondatori, «presi dalle campagne elettorali». E annuncia che si batterà, all`interno della Conferenza sul futuro dell`Unione, aperta lo scorso maggio, per il superamento dei veti e del ricorso all`unanimità.

Presidente Sassoli, 20 giorni dallo choc della caduta di Kabul, la disfatta d`Occidente. Ma le reazioni Ue sono quasi nulle.

«Partiamo da qui: la crisi afghana ci riguarda profondamente. Rispetto alla crisi umanitaria, non possiamo dire che devono occuparsene solo i paesi confinanti. E per quanto attiene alle questioni militari, dobbiamo prendere atto della déMcle e aumentare la nostra capacità di difesa comune e di intervento rapido. Se l`Unione vuole essere un attore globale, non si giri dall`altra parte».

Il portavoce dei talebani a “Repubblica” dice: “Spero che l`Italia riconosca il nostro governo islamico e che riapra presto la sua ambasciata”. Cosa ne pensa?

«Riconoscimenti a richiesta? Ma non scherziamo. Noi dobbiamo capire dove i nuovi governanti vogliono portare l`Afghanistan. Andare in ordine sparso sarebbe un errore strategico. Mi auguro che ogni iniziativa dei singoli governi venga concordata a livello europeo».

E l`Unione come deve gestire il tema dei profughi afghani?

«Con una redistribuzione equa affidata alla Commissione europea. È mai possibile che un grande spazio geografico con 450 milioni di cittadini non sia in grado di dare protezione a qualche decina di migliaia di persone in difficoltà?».

I no e i muri minano la forza dell`Europa, anziché tutelarla?

«L`egoismo e il calcolo di corto respiro di molti governi non consentono all`Unione di esprimere la sua forza e garantire la sua unità. Ora abbiamo paesi europei più esposti. È evidente che chi arriva in Grecia o in Italia vuole arrivare in Europa. Da soli non si gestisce nemmeno l`emergenza, insieme invece è possibile governare un fenomeno che ci impegnerà per lungo tempo».

Per ottenere i corridoi verso le aree di Tagikistan, Uzbekistan, Pakistan, la linea Merkel è netta: “Parlare con i talebani”.

«Per dialogare bisogna essere in due. Se dalle nuove autorità afgane vi fossero segnali in tal senso, non ci tireremo indietro. D`altronde, se vogliamo costruire corridoi umanitari, c`è bisogno del consenso del nuovo governo di Kabul. Noi in Afghanistan non ci siamo più».

E l`iniziativa italo-francese? Il bilaterale può trainare una Ue a corto di leadership pesanti?

«È positivo che grandi Paesi assumano chiare responsabilità. E i Trattati dell`Unione prevedono anche cooperazioni più strette fra coloro che vogliono agire insieme. Abbiamo leadership deboli perché, appunto, tutti sono impegnati in campagne elettorali e pensano che questi temi facciano perdere voti. Per dieci anni si è detto lo stesso per i bond Ue e il debito comune, ma poi abbiamo visto come è finita: con quegli strumenti abbiamo finanziato una iniziativa di rilancio delle nostre economie di portata storica. E la fiducia dei cittadini nell`Unione è cresciuta».

Ma oggi: come impegnare la Ue per i diritti delle donne afghane?

«Abbiamo congelato risorse ingenti della cooperazione europea riservate all`Afghanistan: che non saranno mai più destinate a quel paese in assenza di chiare garanzie sui diritti delle donne. L`Unione, infatti, ha finanziato in questi anni decine di progetti concreti: abbiamo sostenuto l`ingresso delle donne afgane nelle istituzioni, giustizia, università, informazione. Ora abbiamo la responsabilità di avviare un contatto, in un quadro multilaterale, perché sia garantito, a chi vuole, di uscire dall`Afghanistan e perché siano tutelati i diritti delle donne che vogliono restare».

Presidente, quanto è cresciuto il rischio di un`escalation del terrorismo jihadista in Europa?

«Il pericolo è sempre presente, le nostre agenzie e polizie collaborano ogni giorno in ambito internazionale. Ma è chiaro che l`impatto della crisi afghana sulla ripresa del terrorismo jihadista dipenderà dalle scelte della nuova leadership di offrire o meno una sponda ai terroristi. Giusto che i ministri dell`Interno, tre giorni fa, abbiano deciso di potenziare la cooperazione in questo settore».

Nella Conferenza sul futuro dell`Europa, aperta anche da lei a maggio, è impegnato sul superamento del diritto di veto…

«Sì, diritto di veto e ricorso all`unanimità rappresentano elementi di inefficienza della democrazia nell`Unione».

Analoga battaglia per la nascita della comune Difesa europea. Percorso tuttora accidentato o si può sperare in una svolta già nel semestre di presidenza francese?

«Me lo auguro. È da11954 che non riusciamo a farla decollare. Ne abbiamo bisogno? Mai come oggi. È chiaro che per svolgere un ruolo di stabilizzazione e pacificazione, abbiamo bisogno di una difesa comune. Questo significa lavorare su tre versanti: definire il quadro delle minacce comuni, esercizio che l`Alto rappresentante Borrell ha già avviato; mettere in comune l`insieme delle singole capacità militari; e far nascere la forza comune d`intervento rapido, come propone Borrell. Per avere quindi un comando congiunto delle operazioni in caso di crisi».

Vede quest`obiettivo possibile, in tempi ragionevoli?

«Tutto questo è alla nostra portata ed è indispensabile per la nostra sicurezza».

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