Il presidente dell’Europarlamento: “Sbagliato non attivarlo, è come un’assicurazione sulla casa e avrà regole comuni. Il Recovery Fund arriverà con l’ok di Polonia e Ungheria. Senza di loro inutili i piani nazionali, si ricomincia da capo”

 

 

 

di Fabrizio Goria

 

L’Italia dovrebbe ratificare la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Perché può anche aiutare a prevenire future crisi bancarie. «È come un’assicurazione contro gli incendi. Nessuno vuole dar fuoco alla casa, ma è sempre utile averne una. Il contrario sarebbe da incoscienti». A dirlo è stato David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, rispondendo alle domande de La Stampa al «Festival della politica» organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani. Che ha riflettuto anche sul futuro dell’Ue, tra debito pubblico, un tema che tornerà, i veti di Polonia e Ungheria al Recovery Fund, e di riforma dell’architettura comunitaria, a cominciare da regole di bilancio e unanimità.

 

Continuano le discussioni sul Mes. Sono stati tolti diversi vincoli e con i tassi di interesse negativi di oggi è come dire che l’Ue paga gli Stati che vogliono prendere i fondi. In Italia, però, il governo ha messo il veto sulla riforma del Mes, che sarà discussa oggi. E Roma non vuole usarlo. Cosa ne deriva?

«Siamo tutti un po` colpevoli. La politica e i media non hanno spiegato molto bene. Il Mes nessuno te lo può impor- re. Devono essere i governi a richiederne l’attivazione. Sembra di essere tornati a 10 anni fa, quando pareva che Bruxelles volesse imporre qualcosa. Non è così oggi. E rimarco un aspetto. C’è una garanzia molto importante nella riforma proposta: quella che riguarda il sistema bancario. Poi ci potrebbe essere un’assicurazione contro le crisi creditizie, nessuno vuole incendiare la casa, ma è sempre meglio averne una. Inoltre, c’è la linea sanitaria del Mes, e nessuno l’ha usata».

 

Come mai?

«Per una serie di motivi. Chi per convenienza, chi per un pregiudizio. Ma è bene che Roma ratifichi la riforma del Mes perché sarebbe sbagliato non avere un’assicurazione contro le crisi bancarie. Secondo, perché vogliamo che diventi uno strumento regolato da regole comuni, con vigilanza e controllo di Commissione e Parlamento. Non devono esserci regole nazionali».

 

C’è anche una cosa che ritorna. Molti dicono che il Mes porta alla Troika.

«Il tema non è questo. Dobbiamo farlo diventare strumento comunitario, e ci sarà una discussione a livello politico. Ma è necessario che l`Italia ratifichi la riforma. Non bisogna essere incoscienti».

 

Anche il dibattito sul debito, la sua proposta di riduzione, è stato intenso. Come è andata realmente?

«A una domanda postami, ho semplicemente detto che era interessante. È ovvio che ci dovrà essere una riflessione. Il debito è un tema che il prossimo anno diventerà di attualità. Non credo sia scandaloso parlarne. In Germania c’è stata più pacatezza che in Italia. E oggi credo che la discussione pubblica sulle spese del Covid sia molto corretta. Ricordiamo gli eurobond? E poi i coronabond? Non possiamo accantonare quello che è un problema globale. E mi piacerebbe che la comunità scientifica ci aiutasse ad affrontare la stagione più difficile che abbiamo di fronte».

 

Parliamo dei veti di Ungheria e Polonia. Che impressione le fanno?

«Tutto nasce a luglio con due piste, con il Recovery Fund e con la difesa dello stato di diritto, ovvero l’identità europea. L`Ue non può essere considerata un bancomat, ma abbiamo bisogno di risposte democratiche. Finito il negoziato tra Parlamento e Consiglio, l’accordo è stato trovato. Ovvero, più soldi per i cittadini e un buon quadro di riferimento per difesa dello stato di diritto. Le obiezioni di Polonia e Ungheria, con la presidenza tedesca, mi auspico vengano superate».

 

Che succede se non si superano?

«Il Recovery Fund arriverà quando ci sarà questo via libera. Se le obiezioni dovesse persistere, allora sarebbe inutile fare piani nazionali. Bisognerà ricominciare da capo».

 

Guardiamo alla politica italiana. Ci sono grandi movimenti ed è rispuntata la centralità di Silvio Berlusconi. Lei che pensa?

«Non è il mio compito commentarlo. Posso però dire una cosa all’Italia, attenzione ai dati Istat. Sono stato impressionato, perché la fotografia sociale dell’Italia è particolarmente drammatica. Basti pensare a quanti italiani sono sotto la soglia di povertà, che sono i nostri amici, vicini di casa. La politica dovrebbe avere chiaro cosa è sotto i riflettori e cosa no. Servirebbe un grande piano europeo per l’occupazione».

 

Sta dicendo che potrebbe esserci un ampliamento delle tensioni sociali?

«Credo che ci sia bisogno di essere vicini a chi soffre, ma non solo a parole, anche a livello economico».

 

La Spagnola, negli Anni Venti, ha portato a scenari di autoritarismo. Cosa ci rende diversi da allora?

«Nulla è dato per sempre, ovvio. Ma le nostre consapevolezze, il nostro stile di vita e la nostra identità sono un punto da cui partire. La democrazia deve essere amata, non dimentichiamocelo. Basti pensare all’unanimità, e il diritto di veto cos’altro è se non una forma democratica. Ed è corretto aspettarsi una riforma anche in tal senso».

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