La relazione tra Stati Uniti ed Unione europea resta profonda, nonostante le crescenti tensioni con l’amministrazione Trump. Il Piano Marshall perla ricostruzione postbellica è stato evocato nell’immaginario come modello per il Recovery Fund, per aiutare gli Stati membri a risollevarsi dalla drammatica crisi scatenata dal Covid. L’Unione non è naïve. «L’impressione è che gli Stati Uniti in questi anni abbiano lavorato per alimentare le divisioni all’interno dell’Unione europea», ammette il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, che però anche avverte: serve «un n’anelo del rapporto transatlantico».

Quali sono le aspettative dell’Ue nei confronti delle elezioni Usa?
«Il nostro auspicio è che la nuova amministrazione americana condivida gli impegni multilaterali: ambiente, cambiamenti climatici, sicurezza. Abbiamo bisogno di un nuovo dialogo strategico tra Unione e Stati Uniti che sia all’altezza delle sfide che il mondo globale ci presenta».

Da alcuni sondaggi recentissimi in diversi Paesi dell’Ue, risulta che i cittadini europei sceglierebbero Biden. Anche il Parlamento Ue tifa per il candidato democratico?
«Chiunque sieda alla Casa Bianca sarà un riferimento per l’Europa perché tra alleati funziona così. Noi vogliamo investire in un rilancio del rapporto transatlantico e consideriamo gli Usa un pezzo fondamentale del nostro campo di gioco. Su questo sono convinto che nemmeno a Washington vi siano dubbi, come ho avuto anche modo di constatare sia nei miei contatti con la Speaker del Congresso Nancy Pelosi sia nel mio incontro col segretario di Stato Pompeo a Bruxelles ranno scorso».

Ci sono diversi fronti aperti tra Usa e Ue a cominciare dalla battaglia sui dazi. Washington ha messo in discussione il multilateralismo. Le elezioni cambieranno le cose?
«L’impressione è che Washington, in questi anni, abbia voluto rimettere in discussione i tradizionali pilastri dell’equilibrio transatlantico. Non solo i rapporti con l’Ue ma anche con la Nato. Crediamo che il nostro campo debba essere riunificato intorno a obiettivi comuni, la stagione del Covid e le sfide globali ci impongono una nuova messa a fuoco. Sul commercio abbiamo la necessità di contare gli uni sugli altri. Abbiamo bisogno di negoziare una soluzione giusta ed equilibrata sulle controversie commerciali».

Il confronto con gli Usa su alcuni dossier, dalla Nato ai nuovi equilibri nel Mediterraneo e in Medio Oriente, ha messo in evidenza la fragilità dell’Ue in politica estera?

«L’Ue sulla spinta del contesto della pandemia deve assumere maggiori responsabilità. E nell’interesse dell’Europa ma anche degli Stati Uniti che non possono che beneficiare di un partner forte e affidabile con cui condividere le responsabilità in politica estera. Non c’è dubbio che I’Ue debba assumere un ruolo più forte sulla scena internazionale, ma per farlo noi europei dobbiamo prendere in mano il nostro destino».

Nel braccio di ferro tra Stati Uniti, Cina e Russia, l’Ue si trova strattonata. Queste elezioni potrebbero cambiare gli equilibri?

«L’Europa si trova al cenno di tutte le dispute che in questo momento impegnano Stati Uniti, Cina, Russia. Il tema è qual è la nostra funzione: siamo un gigante dialogante. Avevamo raggiunto su iniziativa europea un importante accordo sul nucleare con l’Iran nel 2015, una forte sinergia tra Stati Uniti, Europa, Cina e Russia. Quella è una funzione che l’Ue potrà avere anche in futuro. Non saremo mai un gigante che si impone con la forza. Se vogliamo essere un punto di riferimento sulla scena internazionale dobbiamo farlo con il nostro peso economico ma soprattutto coni nostri valori e il nostro diritto. Il risultato delle elezioni americane può rilanciare una forte collaborazione. Non consideriamo l’alleanza atlantica obsoleta, anzi può essere uno strumento per riorganizzare il campo nelle democrazie occidentali. Serve però un’Europa che sia più consapevole della propria forza e della propria funzione».

Una conferma di Trump potrebbe condizionare gli sforzi in atto nell’Ue per far rispettare i propri valori democratici?

«C’è una grande convergenza nell’Ue sulla necessità di rafforzare i meccanismi dello Stato di diritto. Le conclusioni del Consiglio europeo di luglio sono state adottate all’unanimità. All’interno dell’Unione c’è la consapevolezza dei rischi che populismo, nazionalismo e sovranismo possano compromettere la tenuta dei valori comuni. Il populismo è un fenomeno tipico di questo tempo, che alle sfide globali pensa di poter rispondere con la chiusura nel proprio recinto. La funzione dell’Ue è il contrario: affrontare le questioni globali che i singoli Paesi non sarebbero in grado di affrontare da soli. Su tante questioni anche lo spazio europeo non è sufficiente. Ecco perché è importante un’Unione che cammini con gli Stati Uniti».

 La Gran Bretagna è sempre stata un alleato privilegiato degli Usa. Con la Brexit si accentuerà questa relazione speciale al danni dell’Ue?
«L’amministrazione Usa ha incoraggiato la Brexit, che per noi resta una ferita e un grande errore. Però abbiamo visto con soddisfazione molte prese di posizione di esponenti degli Stati Uniti considerare la violazione unilaterale di un accordo internazionale come un fatto grave ed un precedente pericoloso. Se non si rispettano gli accordi internazionali con un partner così importante come l’Ue viene il sospetto che si possano violare spesso gli accordi internazionali e questo indebolisce la credibilità di un Paese».

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