Intervista de la Repubblica al Presidente dell’Europarlamento David Sassoli – di Alberto D’Argenio

 

 

«Per ora non ci sono ritardi, siamo ancora in orario, i negoziati vanno avanti e come ho già detto si può chiudere in cinque minuti e arrivare presto ad un accordo politico. C’è bisogno però che i governi si mettano d’accordo, altrimenti si rischia uno slittamento». David Sassoli parla al telefono dal suo appartamento di Bruxelles dove da venerdì scorso si trova in quarantena per un contatto con un collaboratore risultato positivo al Covid. Ma il presidente del Parlamento europeo resta concentrato sul difficile negoziato per chiudere rapidamente il Recovery Fund da 750 miliardi (209 per l’Italia) concordato a luglio e farlo partire a gennaio. Il tempo stringe visto che dopo l’accordo finale in Europa reso dittici le dalle trattative tra Eurocamera e governi e soprattutto dalla spaccatura tra leader nordici e di Visegrad sull’opportunità di vincolare i fondi al rispetto dello Stato di diritto – servirà la ratifica di tutti i Parlamenti nazionali. Quanto invece alla possibilità di essere il candidato del Pd a sindaco di Roma, Sassoli risponde: «Ringrazio, ma l’ipotesi non esiste».

Presidente, è preoccupato per il possibile ritardo con cui i soldi Ue potrebbero arrivare ai Paesi più colpiti dalla crisi?
«Siamo nel pieno delle trattative ed è normale che ci siano spinte per condizionare il risultato. Bisogna restare freddi, concentrarci sulle soluzioni e non è utile che i governi scarichino sul Parlamento le loro difficoltà a trovare un’intesa».

Eppure al termine dell’ultima riunione di giovedì scorso le trattative sono state dichiarate interrotte dal Parlamento.
«L’incontro è stato interrotto perché la presidenza tedesca (che rappresenta i governi, ndr) ha detto che non aveva il mandato per discutere l’incremento ai finanziamenti dei 15 programmi che il Parlamento chiede di sostenere, e così i nostri negoziatori hanno detto che era meglio riprendere quando avrà ottenuto questo mandato».

La presidenza tedesca ha definito deplorevole l’atteggiamento del Parlamento…
«Non commento i tweet di un portavoce, evidentemente poco saggio».

Quali sono i punti di disaccordo?
«La trattativa corre su due binari, il Bilancio europeo 2021-2027 a cui è agganciato il Recovery Fund, in tutto una manovra da quasi 1800 miliardi, e quello sul regolamento sullo Stato di diritto per evitare che le risorse vengano usate da governi che mettono in crisi gli ordinamenti democratici comuni. Lunedì sera si terrà una riunione sulla legalità, mercoledì mattina invece ci sarà un incontro sul budget. Quando verranno messe sul tavolo le proposte del Consiglio (i governi, ndr) sapremo su cosa non siamo d’accordo».

Come uscire dall’impasse?
«Sul bilancio ci sono stati passi avanti per quanto riguarda le nuove risorse proprie della Ue, utili anche a ripagare il debito comune, e sulla governane del Recovery, con un coinvolgimento dell’Europarlamento. Resta lo scoglio su come finanziare programmi importanti sul lungo periodo oggi penalizzati. Il Recovery dura 3 anni, il Bilancio 7. E allora ci chiediamo: che fine faranno Erasmus, il Fondo perla salute, le politiche migratorie, la digitalizzazione e altri programmi quando il piano perla ripresa terminerà? Se non saranno finanziati adeguatamente addio a fondi utili ai giovani e a ridurre le diseguaglianze. Nel nostro incontro della scorsa settimana la Cancelliera Merkel mi ha dato ragione e ci aspettiamo che i governi indichino risorse e cifre certe pervenire incontro alle nostre richieste. L’Europa ha messo in campo misure perla solidarietà e allo stesso tempo un progetto per le future generazioni con risorse mai viste prima. Non chiediamo la luna, ma solo di difendere i giovani e i più deboli visto che abbiamo la possibilità di intervenire sulle storture provocate dall’ortodossia liberista».

Sul bilancio chiedete risorse e cifre certe, sullo Stato di diritto invece?

«Vogliamo rendere più ambiziosa la proposta tedesca. E anche questo passo non è difficile. Ci sono limiti giuridici che comprendiamo, ma non possiamo svilire i valori su cui si fonda l’Unione. In troppi Paesi Ue le iniziative dei governi producono ferite alle libertà fondamentali: dobbiamo sentire il dovere di curarle. Il Parlamento è unito e ha presentato degli emendamenti. Ora spetta ai governi trovare una sintesi a difesa dei valori comuni».

Non teme il rischio che andando incontro a Olanda e ai nordici su questo punto poi Polonia o Ungheria non ratifichino il Bilancio facendo saltare il Recovery?
«Non si tratta di barattare i principi con i soldi, ma un equilibrio è possibile. Mi auguro che in Consiglio si trovi un punto d’incontro. La pandemia ha causato morti e sofferenze e siamo ancora dentro all’emergenza: dobbiamo esserne consapevoli e rafforzare le ragioni di un’intesa complessiva».

Pensa sia possibile chiudere entro una settimana?
«Non sarà una riunione in più o in meno a fare la storia del maggiore intervento europeo dal Secondo dopoguerra. Siamo convinti che una soluzione sia a portata di mano. Il Parlamento di certo ha fatto grandi sforzi in questo senso».

Già al Consiglio europeo di giovedì?
«Dipende se la presidenza tedesca avanzerà proposte che tengano conto delle aspettative del Parlamento. Penso che dalle riunioni di lunedì e mercoledì si capirà la volontà politica di chiudere l’accordo. Poi toccherà ai parlamenti nazionali. Dobbiamo fare in fretta, ma bene».

In questi giorni viene indicato come possibile candidato pd a sindaco di Roma: è interessato?

«Questo è il tempo dell’Europa. E presiedere il Parlamento europeo è un grande onore. Ringrazio coloro che mi esprimono fiducia, ma l’ipotesi non esiste. La responsabilità di un democratico si misura sul suo rispetto perle istituzioni. E le istituzioni non si piegano agli interessi personali odi parte. Questo ci hanno spiegato le generazioni che hanno fatto la Repubblica e io mi sento legato a questo insegnamento. Sono sicuro che il mio partito e i cittadini romani lo comprendano e lo condividano»

 

 

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