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“RIAPRA IL CANTIERE DELLA CASA EUROPA”

L’ombra dei sovranismi, la democrazia il welfare, il lavoro, i giovani.: il Presidente del Parlamento Ue David Sassoli a tutto tondo.

di Annachiara Valle – Famiglia Cristiana

“Crescita, protezione sociale, ambiente”. Le parole chiave di David Sassoli, 63 anni, settimo italiano a ricoprire l’incarico di Presidente del Parlamento europeo, vogliono ridare fiducia agli oltre 200 milioni di cittadini che sono andati a votare nell’ultima tornata elettorale e recuperare lo spirito dei padri fondatori.

Cosa resta di quell’idea di Europa nella coscienza dei cittadini di oggi?

“Credo che i cittadini siano consapevoli che l’Europa è l’assicurazione sulla vita dei nostri Paesi rispetto ai meccanismi globali che potrebbero travolgerci. In questo senso, direi che c’è sempre bisogno di Unione Europea”.

Nelle ultime elezioni hanno votato soprattutto i giovani. Perchè?

“Nel 2014, nella fascia 16-24, votò il 28%, quest’anno il 48%. Mi sembra che ci sia una grande aspettativa su un’Europa che sia un po’ la casa comune, che si rafforzi nella sua identità. Questo credo che sia molto chiaro e ci carica di molta responsabilità. Quando i giovani ti danno fiducia questa fiducia non può essere messa a rischio”.

Pensa sia opportuno abbassare anche in Italia l’età del voto a 16 anni?

“In tanti Paesi già votano. Non capisco perché non si possa fare anche da noi. I sedicenni non sono l’epoca dell’immaturità. Anzi in questo momento mi sembra che stiano esprimendo una grande preoccupazione per la tutela del nostro pianeta, per la salvaguardia dei nostri sistemi democratici. Sono informati, hanno il loro stile di vita. Perché considerarli irresponsabili?”.

Gli adulti invece sembrano più distanti dall’Europa.

“C’è uno scetticismo che nasce da tante cause. Una di queste è che molte volte l’Unione europea è stata vista lontana e non utile alla propria vita. Questo ci pone il problema di diventare una democrazia europea più efficiente. Noi siamo dentro un cantiere e per molto tempo questo cantiere si è fermato. Io penso che con questa legislatura e con il risultato elettorale, abbiamo rimesso il cartello “lavori i corso”.

Lavori in corso anche per un Parlamento aperto?

“Si, ho detto che il Parlamento non è soltanto un luogo per rappresentanti delle forze politiche, ma deve essere aperto alla società. E’ quello che sto facendo da quando sono stato eletto: aprire il Parlamento al dialogo sociale e al mondo della cultura. Credo molto nei parlamenti e credo che questa sia una funzione che non dobbiamo perdere. Se si interrompe il dialogo con la società, i Parlamenti possono diventare solo espressione delle nomenklature ed è questo che ha creato molta diffidenza nel rapporto tra cittadini e istituzioni”.

Per guardare al futuro bisogna avere anche memoria del passato. Cosa pensa della risoluzione del 19 settembre che mette sullo stesso piano nazifascismo e comunismo?

“Penso che politicamente sia scorretta e intellettualmente confusa. Non bisogna mai confondere le cose quando si parla della storia. Nessuno discute l’aggressività e la mancanza di libertà presenti nei sistemi comunisti. Ma se ci riferiamo alla Seconda guerra mondiale non possiamo far passare le vittime per carnefici. Il nazifascismo è stato battuto anche grazie alle formazioni comuniste e al sacrificio dell’Armata Rossa. Con il loro contributo abbiamo liberato l’Europa e abbiamo cominciato la grande avventura dell’unità europea”.

Ma resta in Europa il pericolo del sovranismo.

“Il nazionalismo porta al conflitto e il populismo, abbiamo capito, non ha visione. Noi abbiamo bisogno di dare una prospettiva all’Unione europea, non solo per conservare gli standard di vita e proteggere le nostre libertà, ma anche per essere utili ad un mondo globale che non ha regole, ma che ne ha bisogno. La prospettiva, a mio avviso, è quella indicata da Papa Francesco quando ha parlato di umanizzare la globalizzazione. Questa è la scommessa di questo inizio di secolo”.

A proposito di umanizzazione, lei ha detto che l’immigrazione è una partita decisiva per l’Europa.

“Lo è certamente perché da li passa non solo un sentimento di umanità – che non dobbiamo perdere nei confronti di persone la cui vita è fragile – ma passa anche uno sguardo politico su come noi possiamo essere d’aiuto a Paesi in cui l’immigrazione è frutto di diseguaglianze, di conflitti, dalla desertificazione, dei cambiamenti climatici e della mancanza d’acqua. i motivi che portano milioni di persone a muoversi sono tanti e credo che quell’ambito sia quello in cui l’Unione europea può dimostrare non solo umanità, ma visione politica”.

Cosa pensa dello “Ius culturae” di cui si discute in Italia?

“Per me, chi nasce qui è di qui. E’ un diritto. E quella proposta, con meccanismi non automatici, credo sia una risposta eticamente giusta”

Perché si sono criminalizzate le Organizzazioni non Governative?

“Perché le Organizzazioni non Governative mettono in risalto una contraddizione e perché cercano di dare risposte di umanità quando certa politica, invece, scommette sulla paura”.

Le operazioni di salvataggio di naufraghi nel Mediterraneo condotte sotto l’egida dell’Ue denominate Mare Nostrum e Operazione Sophia, quest’ultima ancora in corso ma senza navi, sono ancora possibili?

“Dovremo ripensare a un intervento ben organizzato. L’operazione Mare Nostrum, per il soccorso ai migranti, fu una iniziativa importante. Credo che oggi potremo andare oltre, con una partecipazione e uno stanziamento di bilancio più rilevante”.

Si arriverà ad una riforma del Trattato di Dublino che assegna i rifugiati ai paesi in cui sbarcano?

“Intanto l’accordo della Valletta, che prevede una redistribuzione anche in altri paesi volontari, è un primo passo. Mi auguro che altri stati si aggreghino e che il meccanismo di redistribuzione dei migranti, da volontario, diventi strutturale. Finalmente potremo dire che chi arriva in Italia, in Grecia o a Malta arriva in Europa. E’ ciò di cui abbiamo bisogno, perché, le politiche sull’immigrazione restano nazionali, l’Ue non avrà mai gli strumenti per affrontare un fenomeno così complesso e importante”.

Quali sono le altre priorità?

“In questo momento abbiamo questo percorso democratico, in Parlamento, per la formazione della nuova Commissione. Subito dopo inizierà una partita decisiva che è quella del bilancio dell’unione. Non è una roba da commercialisti, ma da politici. Si tratta di stabilire come vogliamo crescere, su cosa vogliamo puntare, quali sono le nostre priorità. Credo che una delle notizie più importanti delle ultime settimane sia l’importante stazionamento che il governo tedesco ha messo in capo alla lotta per i cambiamenti climatici. Credo che tanti paesi e anche l’Unione debbano seguire quella strada e far diventare l’europa leader nella lotta ai cambiamenti climatici. Questa partita dirà se l’Unione ha una visione”.

Dà per scontato il voto di fiducia dalla Commissione a fine ottobre?

“Siamo pronti per questo percorso. Non dipende da noi. Il Parlamento comunque è impegnato perché i commissari comincino a lavorare il primo novembre”.

Che ruolo potrà svolgere il nostro Paolo Gentiloni, designato commissario agli affari economici?

“Sarà uno dei commissari più autorevoli e con una grande responsabilità: avviare in Europa una stagione di crescita. Ha l’esperienza, la competenza e la stima per fare questo”.

Ma davvero l’unione è ostaggio di Francia e Germania?

“Che ci sia un’importanza nella storia di Francia e Germania nessuno lo mette in discussione. Sono i paesi da cui sono natii conflitti che hanno insanguinato il Novecento. Credo che in questo momento tutti i Paesi dell’Unione, comprese Francia e Germania, si siano rese conto che se l?unione non cresce nella sua unità non produrrà risultati positivi. Crescere nell’unità, perché tutti crescono troppo poco, anche quelli che pensano di crescere più degli altri.

E sulla Brexit?

“Quando eravamo piccoli vedevamo sempre Londra immersa nella nebbia. e la nebbia crea disorientamento. Direi che in questo momento al di là della Manica la nebbia è molto fitta”.

C’è ancora spazio perché i britannici ci ripensino?

“C’è poco tempo. Se i britannici ci ripensassero però saremmo contenti, perché la Brexit per noi è una ferita. Pensare che Londra sia lontana da Parigi, da Madrid, da Berlino, da Roma per noi è sempre stato considerato doloroso. Naturalmente rispettiamo la scelta dei cittadini e delle istituzioni del Regno Unito. Ma ognuno deve assumersi le proprie responsabilità”.